sabato 26 settembre 2009

forse mi traslocco

sabato 19 settembre 2009

lettere/l'etere/l'être

Talvolta mi faccio girare la gabbia e che si veda il mare, arrivo a un isola, lejos. Pare quasi un viaggio ma questa apparenza di mossa alunga e mi perpetua la cella e la fa solo durare e duro io così, temere questo, sotto l'aria di andare lontano starmi dirigendo diretto alla buca di sempre con me dentro, aggiungendo alla cella la fatica inutile di muoversi.
Anche mio pc da al mare quando lo apri, quando lo apri si vede un mare di Windons, di Escandinavia, un mare azzurro pallido, sotto un cielo con elettricità positiva.
La luce atlantica la vedo tra le sbarre, uguale essa dura, molto, è per l'umidità dell'oceano.
Sale all'aria, l'acqua, e flotta frammentata e la luce deve perdere tempo e velocità lottando contra i microframmenti. L'illuminazione in questa lotta flou si placca e raggiunge in folle l'intero spazio così, persa la fretta, al rallentatore e disegnando con parsimonia nei contorni fili incandescenti, oro rosso a volte, talvolta argento corrusco, sulla corona lontana dei pini.
Iº scrivo lettere, mentre.
Lettere perché mi ilussiona il formato con destinatario, come se ci fosse qualcuno.
Solo che già non le invio adesso, Itaca è altro posto materno.
Ho scritto milioni, come se fossi possibile il riscatto, quanti milioni, sa Dio, potrebbero salvarmi delle Brigate di Medea che popolano la terra intera mia, pensai, invece arrivano sempre dirette a lei, fulmini, lo so che stanca se ti parlano solo di fili elettrici e di  Pin e di corde della luce secca.
Accanto a distanza, rimasi, di lei, con questi antecedenti, molti anni, guardandola muoversi e mettendo una lingua fra noi, non la mia materna, la sua materna.
Se non invio le lettere questa volta, mi salvo dell'ecatombe.
E faccio come lei vuole, fissione, mi separo.
Soprattutto conservo l'illusione.
La lettera che stavo per inviarle questa notte, poi sono riuscita a mordermi le dita, stava iniziando a dirle:
"Si sta per sbilanciare tutto.
Se continuo scrivendoti finirò per dirti la verità. Ho voglia di dirti una cosa. Posso?"
Non c'è niente nelle vecchie lettere di ella, 5 lettere, virtuali, che facciano pensare che vuole che le dica una cosa, le sue lettere sono solo molto gentili, gentilissime, e neutre ed sono 5 lettere. Semplicemente.
5 è un numero abbastanza piccolo per lanciarsi su:  all@more con gli antecedenti che ho di spararmi sempre i piedi.
Neanche con l'immaginazione a mulini mia si riesce ad immaginare come potrebbe amarmi, in 5 lettere, perfino di un amore impersonale.
Lei è scrittrice, io solo scrivo lettere in Internet.
Lo stesso stavo, questa notte, per iniziare a pensare ed a scrivere cose assolutamente fuori dal tempo e delle misure, pensando, queste sono cose tue e mie, posso dirtele.
Poi mi udì, tue e mie.
Ruppi la lettera, mi quemo così.
Quemar è altra parola vecchia come il fuoco e non e già vero che oggi arda niente.
Arse, ai tempi di Pin.
Voglio mettermi tra le tue braccia nonscrissi, stavo per iniziare il gran sperpero.
E mi piaci moltissimo, nonscrissi, giusto le cose come non si dicono e che non si dicono, nel momento meno propizio.
Qua posso pensarlo e non dirlo né bene né male o dirlo come le luci pallida dell'alba quando io preferisco le luci di mezzogiorno, le luciluglio e le luci luminose, si stanno già andando, tra poco fottono l'ora e  la luce.
So che se rispetto i tempi, la sua gentilezza e la neutralità sua continueranno essendo le stesse dentro 15 anni.
E non mi terrò tra le mani sue.
Potevo sperare 15 anni, era facile quando non pensavo che si muore però non ci riconosceremo nell'aldilà. L'aldilà se esiste dallo stesso tempo del big band deve essere peggio del Mediterraneo in agosto.
Se adesso taccio, non le dico lo che sto pensando questi giorni, non mi condanno nemmeno a udirle il silenzio gentile, m'invento nel silenzio misterioso le cose che voglio sentirle dirmi.
Non deve nemmeno dirmi guarda che sbagli né sentire lastima né dovere lasciarmi andare, senza aversi trovato.
Le parole che mi dica poi già non posso non averle udito.
Se taccio posso pensare ore  nella sua bocca e esternamente scriverle amabili lettere colore fango.
Lettere che gelo nel frigo prima di inviare, tolte le voglie matte di ella, la vista di essa voglia a chilometri.
E lei non deve lasciare immediatamente di scrivermi. Non ricevendole, non deve fare tornare le sue parole neve per avermi illuso io senza colpa sua, e averselo per di peggio fatto sapere.
Dunque ora zittisco come una tazza, sull'orlo di una tazza girando in circolo e con la sete senza berla. Berla o beverla, posso chiederle cose così, la grammatica che ama.
Lei potrebbe essere Dio o non riesco a differenziarla. Se muore lei, muoio io. Se i giorni scendono sulle notti è lei che esce all'alba a mettere il sole. Tutto cose così, la vita intera dell'universo accade per causa sua a me.
Posso si, adesso, mantenermi alla distanza di sicurezza -la distanza che separa la vita della morte per strada, alcuni  francesi hanno fatto à mort con l' amor spagnolo.
Può essere che abbia mischiato vecchi desideri sull'esistenza del Dio infantile con la felicità di vederla e poi l'angoscia di non vederla con la morte di Dio, poi con la certezza che io mi lascerò andare se la perdo.
Queste sono cose pesante per dire a qualunque, mi hanno detto, pagando.
Non gliele dico. Non m'illudo. Nonlescrivo.
Scrivo qua lettere a mulino senza inviare.
Poi c'è la parola nuova scoperta questa estate, s'apaiser, apaciguarse.
La scoprì mentre bevevo vino francese bianco e la luce era luminosa, atlantica.
Pensavo a lei.
Pensavo alla parola apaciguarse.
Mentre, il cielo si muoveva fuori.
Ricordavo quando arse Francia, tutte le banlieue.
Un giorno di questo agosto sono finita in una di quelle banlieue, un nero ubriaco era tombato nel lastricato come i cani quando non possono più con il caldo.
Venivo di leggere che il mio con lei sarebbe un amore depressivo -altri hanno amori assassini, sembra peggio.
Non so che mondo si può costruire con amori tristi così, se mi metto sul lastricato solo a morire perché la perdo. Si che come vado a perderla se non ci siamo mai trovati.
Chi sa se il nero scriveva lettere infantili un tempo, nonodia il francese

mercoledì 16 settembre 2009

Pin

[...]


È per causa di Medea, Pin, che ripeta e ripeta la stessa gabbia, una fundizione di carne.
E per Isaac, la mosca che amo, unica persona.
Pin che pensa ancora che sono carne di ella io, questo pensiero che dall'aria s'infila nei buchi del mio pensiero, quando non penso.  Parte, io, della sua terra natale, persa inseguendo Jasón, due volte persa quando Jasón l'abbandona.
Vuole farmi tornare per fare saltare per aria lui e come la madre salomonica que annunziava, la metà esatta di mio figlio la voglio intera, tagliata.
Così tanto lo annunzia sonambola, anche Pin, la maggiore parte dei giorni e tutte le notti che tengo che farle con le dita una pistola, puntarle il corazón, giù le mani, Pin mon amour, anche senza virgola farle pin mon amour, che ti conosco. Senza virgole visto che l'aria c'è già tra le parole e il vuoto per circolare, le virgole son altra invenzione degli uomini, paure di loro.
Solo che quando faccio giù le mani, Pin, con le dita, una pistola, è la mia carne chi minaccio.
M'immaginavo, non tanto tempo fa, poco tempo  fa solo, neanche mesi, che quando parlavo, parlavo solo di amore, Lucia invece disse che parlavo solo di me, una cacatua con alto parlante mi è parso parerle guardandomi nel suo iride. Lucia che invece sapeva amare togliendo se dell'amore, io personalizzavo come i cani.
Se le rimasi accanto fu solo per vedere come si faceva un'amore impersonale così, che mai potrebbe venire fuori, una roba con gatti, immagino.
Contro i nemici devi mantenerti giovane e intelligente ed elastico e forte perché si stanno rinnovando sempre elli e sono sempre più giovani e veloci e agili e hanno potere, molto. Sono bruttissimi anche, feos como piojos, gli occhi guardando ognuno a un lato, senza perdersi niente  però

mercoledì 9 settembre 2009

Rumbo a Ré

Adesso non lo so però nei cartelli dell'autoroute, domani in Francia, vado a leggere, pericolo, anunziato, se sono rotte les clottures, campano animali selvaggi sciolti, siamo desolés. Mi mancava un buffalo nel parabrezza, nonscrivo e penso. E penso anche che quelle scritte sono sempre mia compagnia per strada e sono sempre scritte gentili, occupate della mia integrità.
I pini, la pianura, una poca di nebbia, il caldo, l'umidità, un milione di francesi verso Bordeaux, più centinaia di camion, questa compagnia anche. La metà nella corsia a sinistra sono, l'altra metà a destra, tutti a 100, la velocità generale alla che devo adeguarmi.

Se trovi una pelata sorpassi. A volte 15 TIR di fila, devi sorpassare, li conto per concentrarmi e come una preghiera.
Ringrazio le scritte e cerco da dove uscirà il buffalo mentre la terra è piatta e con afa. Azzurra e little flou e senza peso, io lievemente flotto con la paura sotto controllo.
L'umore è dissolvente, separatore, l'amore è fondente, fundante, mi è parso capire questo in un incontro immaginario scritto nel libro di Kristeva che soltanto comprerò domani, leggerò la domenica, librairie Mollat, Place Gambetta, Bordeaux, vai lì, mi dice domani l'hostess dell'albergo, è la migliore libreria in Francia.

L'incontro lo immagina, Kristeva, tra Miguel (de Cervantes) e Teresa (de Avila). Ridi, ridi, ridi, Miguel, fa dire a Teresa, che fai di più?, io fundo.
Fundar.

di Miguel e Teresa ho letto solo capitoli e place Gambetta è uno dei posti dove sarò assolutamente felice alcune ore e grazie alla quale troverò, il 9, una parola spagnola nuova, apaciguarse.
Giusto Gambetta iva a chiamarsi la piazza.

Alcune dei libri hanno piccole carte sopra con scritte manuali, li commentano i librai così.
Commenti celesti lievemente infantili mi parsi leggere, lo ricorderà il corpo, penso. Si scrive l'allegria anche nel corpo, mi risparmio le foto, non solo i trou si stampano.
Però questo lo so solo domani, l'allegria e la luce e il posto che conoscerò.
Adesso sono ancora in uno di quei mezzo paesi che crescono ai bordi delle strade. Con un benzinaio a ogni lato, un bar a ogni lato, una terrazza ai piedi del bar e 3 sedie di Kas a ogni lato, arance o blu. Un tenditoio a sinistra accanto a un paio di posti, con portacenere souvenirs, Recuerdo de Tierra de Campos e formaggi e salami di Tierra de Campos -ognuno a un lato. Non si guardano né si imitano né si fanno specchio queste due metà, stanno indifferenti, la destra del paese di fronte alla sinistra del paese, i due in silenzio guardando la strada andare e venire. Come certi bevitori di vino nei bar, stanno, in certi bar coi portacenere Cinzano di ottone ammaccato.
Nel tenditoio due lenzuola, il vento freddo le sveglia contro un cielo che non termina mai.
Pensando a Medea, sono, bevendo caffè. Mio fratello più piccolo invece la pensa solo Pin, a mio padre lo nomina Pon. Pin e Pon sono sempre immagazzinando olio nel ripostiglio. Due vecchietti poveri, sono, di un manga tedesco occhiato mille anni fa. Scendono ogni poco sotto casa mentre sperano l'arrivo della terza guerra mondiale, un'ecatombe nucleare. Si distranno con l'olio sicuri di non salvarsi -non si salvano. Anche i miei immagazzinano olio nel ripostiglio e passano i giorni scendendo e salendo su con bottiglie di 5 litri, prima le bassano, poi le salgono. Secondo invecchiano, ogni ora, paiono minore elli, più alte le bottiglie.

Sempre che mi alontano capita, Medea mi si fa Pin e quasi password, se penso alla place Gambetta domani, a tenermi anche Jasón, il nome apparentemente straniero di Pon.
Qua, adesso, termina Galicia, una linea immaginaria che vado a traversare.

L'onda dei monti si farà liscia, il mare non profuma 3 ore fa, tra poco inizia Castilla, la pianura.
On y va, scrivo, rezo, il sms 979





sabato 5 settembre 2009

other voices, other suores

http://www.youtube.com/watch?v=spay6L8mNcw

chus lampreave, carmen maura e marisa paredes suonando lí con la tigre, tolgono ogni pena - il postumi meno

venerdì 4 settembre 2009

dunque entro anch'io nella bella età in cui le uniche conversazioni sono con odontologi e al posto di viste sull'atlantico, le panoramiche sono tutte sui denti. Le gigantografie, le chiamò Hanna una volta

domenica 30 agosto 2009

Thérèse mon amour

sta in spagnolo, un pezzo piccolo. Passarlo dal francese all'italiano sarebbe già troppa avventura